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Qualità dell’informazione e rischi per la democrazia

Da tempo il rapporto tra qualità dell’informazione e i riflessi sulla partecipazione dell’elettorato nelle democrazie avanzate è al centro di analisi e studi. Il recente caso “deep fake” ha aperto nuovi dibattiti

La scarsa qualità dell’informazione, arrivando fino alle “fake news”, rappresenta un pericolo per la democrazia? Sembra una disquisizione leziosa, ma ci sono diversi studi, analisi e pareri di illustri politologi internazionali che ritengono la risposta per niente scontata.

Il caso “deep fake”

Ha fatto molto discutere nei giorni scorsi la scelta di Striscia la Notizia, il celebre Tg satirico di Antonio Ricci, di proporre in modo ambiguo, senza chiarire inequivocabilmente che fosse un falso, un video realizzato con la nuova tecnologia denominata “deep fake”, che permette di applicare il volto di chiunque, ricavato da una immagine o un video, sul corpo di un attore, e realizzare immagini completamente nuove grazie all’intelligenza artificiale, quasi indistinguibili da un video “reale”.

In quello proposto da Striscia, Matteo Renzi attacca Conte, Zingaretti, Di Maio e Mattarella. Migliaia di persone hanno creduto che fosse vero.

È chiaro che Striscia la Notizia non può essere considerato a pieno titolo un organo di informazione, ma in passato ha realizzato anche diversi “scoop” giornalistici, poi ampiamente ripresi e rilanciati, sfruttando riprese e registrazioni “fuori onda”, e anche per questo tanti spettatori hanno preso per “vero” il video presentato.

Un nuovo tassello che si aggiunge al momento di crisi (nel senso etimologico della parola) che sta vivendo l’informazione, che solo quando riesce a essere trasparente, pluralista, dialettica, consente al cittadino una necessaria conoscenza per una consapevole partecipazione.

La capacità di attenzione e comprensione diminuisce

È innegabile che tramite l’informazione ciascuno forma la propria coscienza civile e anche le proprie inclinazioni socio-politiche.

Per questo oggi c’è una forte propensione nel cercare di controllare la comunicazione, così da condizionare la partecipazione popolare. Al di là della situazione italiana, che conta ancora una fortissima pluralità di voci e una grande ricchezza di canali dai quali ottenere notizie (non tutti affidabili però), i regimi autoritari in molte aree del mondo vietano ogni informazione di contrasto e la comunicazione si caratterizza come stampella del potere politico.

Ma non è possibile nemmeno ritenere l’Italia del tutto esente da rischi, basta vedere l’evoluzione che ha subito l’informazione e soprattutto la capacità collettiva di coglierla e comprenderla: se leggere un giornale richiedeva tempo e capacità di interpretazione, la televisione a partire dagli anni ’60 ha iniziato a modificare la capacità di ascolto abbassando la soglia di attenzione, poi ulteriormente, drasticamente diminuita con la crescita di internet e dei canali social: una ricerca del 2019 (Demopolis) indica che il 75% degli under 30 si informa principalmente attraverso i social network, e tra questi la maggioranza si limita a leggere i titoli degli articoli. E spesso li condivide senza averli letti, se questi suscitano una immediata reazione forte e istintiva.

Tecnologia come “abilitatore di massa”

La tecnologia si configura come un grande “abilitatore di massa”, che agisce sulle emozioni profonde, in primis rabbia e paura.

Non sempre dietro questa scelta da parte di chi produce informazioni c’è una volontà di orientare le idee dell’audience, ma più prosaicamente il fatto che paura e rabbia sono leve di grande forza per “vendere” le notizie, fare click e ottenere contatti.

In questa situazione, gli studi realizzati di recente anche da associazioni impegnate per la salvaguardia dell’informazione come Freedom House* sottolineano l’importanza fondamentale di recuperare accuratezza, trasparenza, indipendenza, legalità e completezza da parte del mondo dell’informazione.

Il metodo è però ancora in gran parte da scrivere e la discussione è uno dei grandi temi per il futuro.
Perché le notizie inaccurate nel web sembrano aver trovato terreno fertile per proliferare, e questo comporta rischi profondissimi per i meccanismi democratici, come illustra anche il libro “Trust me, I’m lying: confessions of a media manipulator”, scritto dal 25enne Ryan Holiday, responsabile marketing di American Apparel ed editorialista su Forbes.

Nel libro spiega come creare una falsa notizia, gettarla in pasto alla Rete ed assistere divertiti a come questa diventi virale. Ma la lista degli esempi è lunghissima.

Leggi il nostro approfondimento sulle “fake news” >

Riconoscere l’informazione “di qualità”

Come si può quindi riconoscere l’informazione “di qualità”?

  • Di solito una testata conosciuta, che ha alla base una redazione e si assume le responsabilità di ciò che pubblica a tutti i livelli, garantisce notizie fondate.
  • Anche sul web è bene verificare che l’autore dei contenuti sia ben riconoscibile. La pagina web e il sito dovrebbero indicare chiaramente chi ha creato i contenuti, con un nome e un cognome: “mettere la faccia” su una notizia, apporvi la firma, significa avere il coraggio di sostenere le proprie opinioni e prendersi la responsabilità di quel che si scrive.

Una responsabilità che ha implicazioni molto più profonde di quanto si può pensare.

*Freedom House (FH) è una Organizzazione Non Governativa internazionale le cui principali attività sono la ricerca e l’approfondimento nel campo delle libertà politiche e dei diritti umani e la diffusione di informazioni inerenti il loro effettivo rispetto.


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